Fermare l’astensione o conquistare elettori?

Posted by admin on 22 Mar 2010 | Tagged as: Politica Nazionale, comunicazione

di Mario Rodriguez (del 18/03/2010 @ 13:03:56, in comunicazione politica, linkato 20 volte)

Il risultato delle regionali francesi, soprattutto per l’aumento delle astensioni, ha dato forza a un ragionamento che sta influenzando la comunicazione politica italiana da una quindicina d’anni. Secondo questa visione, sostenuta anche da molti nostri sondaggisti, non ci sarebbe più flusso significativo tra centrodestra e centrosinistra ma soltanto tra voto e non voto. Insomma un elettore di centrodestra o di centrosinistra può avere qualche possibilità di muoversi all’interno dello schieramento ma non tra uno schieramento e l’altro. L’alternativa vera sarebbe tra decidere di votare lo schieramento nel quale ci si è sempre identificati o decidere di non andare a votare.

L’assunzione di questo punto di vista ha avuto, e continua ad avere, conseguenze importanti nell’impostazione dei messaggi politici, nella scelta di come proporsi e di cosa dire agli elettori. Sparita l’attenzione verso l’elettore marginale e mobile, la competizione non avviene più per la conquista di chi ha votato in modo diverso. Tutta l’attenzione si concentra su come tenersi i propri, come sollecitare le appartenenze. Delle tre fasi della campagna elettorale (ovvero attivare la militanza, neutralizzare gli ostili e convincere gli indecisi) vince la prima. L’identità diviene nostalgia del passato (capacità di trattenere) e non affermazione di nuovi tratti distintivi (capacità di attrarre). Dalla costruzione di una relazione attraverso il viaggio, si passa alla dimostrazione di forza attraverso la mobilitazione di piazza. Si mostrano i muscoli. Non ci si interroga più sul perché gli altri la pensino in modo diverso o su quale possa essere il modo migliore per rappresentargli la realtà in un modo condivisibile. Ai costruttori di ponti d’oro per permettere onorevoli fughe si preferiscono gli aratri che tracciano solchi o l’edificazione di alte e inespugnabili mura.

In questo contesto si trovano a proprio agio soprattutto le proposte politiche orientate a dividere e affermare elementi di distinzione netta, non di inclusione o accoglienza. Il grido “al lupo al lupo” di Berlusconi nei confronti dei “comunisti”, speculare al berlusconismo come fine della democrazia, diventano la cifra dominante. Ma, oltre alla constatazione che questa è la condizione preferibile per la destra berlusconiana, ve ne sono almeno altre due non secondarie.

La prima è che la terapia accentua la malattia e non la contrasta: aver accolto l’ipotesi che non ci sia più spazio per competere al centro ma solo tra voto e astensioni non contrasta il fenomeno, ma, anzi, contribuisce a diffonderlo perché dà alla comunicazione politica un’ulteriore autoreferenzialità. E il fenomeno dell’astensionismo racconterà una ben più profonda crisi della politica se venissero confermati i dati relativi alle classi di età interessate al fenomeno. Pensando di mantenere i propri si allontanano tutti coloro che non si riconoscono in quella parte. La spirale accentua la sua inclinazione: perché un giovane che non ha “vissuto” un’esperienza del passato si dovrebbe sentire parte della riproposizione nostalgica di quella esperienza? Che sia l’anticomunismo o l’antifascismo poco importa, ormai. Gli si parla di ieri e nessuno si sta proponendo di fargli vivere esperienze nuove, eventi che gli permettano di cambiare i suoi pregiudizi nei confronti della autoreferenzialità della politica. Anzi quello che vede è la riproposizione delle stesse vecchie facce accompagnate da una generalizzata assenza di fair play sociale e professionale.

Secondariamente, come insegnano le elezioni francesi, un’alta astensione può anche favorire la sinistra, le astensioni sembrano colpire maggiormente lo schieramento con una minore coesione interna, anche in Italia le astensioni sono state maggiori nelle regioni dove le maggioranze erano più consolidate e non c’era competizione, ma questo porta al paradosso che stiamo vivendo. Sempre più ci sarebbe bisogno di una politica capace di parlare della gente alla gente, cioè a tutti, e sempre di più si adottano, invece, comportamenti comunicativi iniziatici pensati per la propria cerchia ristretta. Quindi le astensioni che tutti sembrano temere come sintomo di indebolimento della democrazia non danneggiano tutti allo stesso modo. Qualche partito può anche rafforzarsi.

Ma, soprattutto, a cambiare si rischia. È vero che a cambiare atteggiamento in questo contesto si rischia moltissimo, ma qualcuno che voglia provare ad affermarsi come leader dovrà trovare il coraggio di interrompere il movimento della trottola che si avviluppa su se stessa.

Obama a Notre Dame esplicita il quarto modello di Grunig: la politica dell’ascolto e del dialogo

Posted by admin on 29 Mag 2009 | Tagged as: Senza categoria

Un suggestivo invito all’ascolto e al dialogo del Presidente
americano che si allinea interamente alle fondamenta che sono alla base
del modello di relazioni pubbliche a due vie e simmetriche.

di Toni Muzi Falconi

Il discorso di Obama all’Università cattolica di Notre Dame di Sabato scorso – al di là
della attualità dei temi trattati (in particolare quello dell’aborto),
visto l’ambiente e dopo le vivaci polemiche che l’hanno preceduto – è
una concettualizzazione fortemente innovativa e coraggiosa che ci aiuta
a capire meglio l’approccio culturale di questo Presidente, ma anche a
convincerci che una seria politica dell’ascolto è la pre-condizione di
ogni efficace relazione fra soggetti diversi.

Un approccio strutturalmente opposto a quello dei neo e dei teo-con, sia americani che nostrani.

Ecco, ad esempio, un periodo particolarmente suggestivo che ho provato a tradurre:

L’ estrema ironia della Fede è che, in sé, implica il dubbio.

Implica credere a cose che non si possono vedere.

Va oltre la nostra capacità di essere umani conoscere con certezza
quel che Dio ha programmato per noi o quel che ci chiede; e quelli di
no, che questa Fede ce l’hanno, si affidano alla Sua saggezza, per
definizione superiore alla nostra.

Questo dubbio non ci allontana dalla fede.

Ma dovrebbe renderci più umili. Dovrebbe temperare le nostre passioni, e indurci a diffidare della certezza di avere ragione.

Il Presidente, notoriamente credente ma dichiaratamente (almeno per ora…)
a favore dell’aborto regolato e controllato, ha anche sostenuto
l’impossibilità che le due fazioni trovino un accordo sui principi, ma
che non esiste alcuna ragione per impedire di mettersi intorno a un
tavolo e discutere le modalità per ridurre, nel caso specifico, le
probabilità che una donna si trovi di fronte all’angoscioso dilemma e,
comunque, incrementare la pratica dell’adozione.

Al di là di come ciascuno di noi la possa pensare, questo suggestivo invito
all’ascolto e al dialogo mi appare avvincente e si allinea interamente
alle fondamenta che sono alla base del nostro modello di relazioni
pubbliche a due vie e simmetriche.

4071

Ossessione identitaria

Posted by admin on 29 Mag 2009 | Tagged as: Senza categoria

Dall’ossessione dell’immagine siamo passati all’ossessione
dell’identità. E così come erroneamente si pensava 15 anni fa che si
potesse determinare la propria immagine, che si potesse apparire quello
che si vuole annullando il ruolo dell’interlocutore, di chi riceve il
messaggio; oggi si pensa che le identità siano definite una volta per
tutte e non a caso si utilizzano metafore genetiche che fanno
riferimento al DNA. Invece l’identità è un processo di costruzione
consapevole e interattiva che si sviluppa attraverso processi di
costruzione di senso relazionali. Mi identifico solo in relazione ad un
altro, mi faccio identificare affrontando problemi, trovando soluzioni
e quando funzionano queste diventano parte della mia cultura del mio
modo di vedere le cose e di dare un senso alle cose che faccio. Anche
l’identità, soprattutto, l’identità è un processo di costruzione
sociale nel quale la comunicazione gioca un ruolo cruciale.

Pagerank: Google colpisce mezzo Web

Posted by admin on 19 Nov 2008 | Tagged as: Google

di Luca Annunziata

Cosa sta succedendo?

Roma - Ci sono nomi famosi tra i siti colpiti nelle scorse ore da una corposa decurtazione di PageRank (in gergo, PR): tra gli altri figurano Washington Post, Forbes, Engadget, Problogger. Tutti in poche ore hanno visto calare di uno o, più spesso, di due punti la propria valutazione nell’indice di rilevanza del motore targato Mountain View. Il perché, almeno al momento, resta ancora tutto da chiarire.

Nessuno conosce esattamente il metodo con il quale viene calcolato il PageRank: le approssimazioni migliori parlano di una sommatoria tra i link provenienti da altri siti ritenuti autorevoli e i link in generale, ma anche altri fattori entrerebbero nell’equazione. Sta di fatto che una vera e propria scienza empirica, fatta di strategie di link incrociati e scambi di citazioni, è fiorita attorno a questo valore.

In ballo ci sono molte questioni: un PR elevato permette un buon posizionamento nei ranking di ricerca. Comparire in prima pagina o, meglio ancora, tra i primi 3 o 4 risultati per una data chiave (keyword), può premiare economicamente aziende e privati. Un sito con un PageRank 5 venderà i propri spazi pubblicitari ad un costo maggiore di uno con PR 3 o 4. Perdere un punto in classifica può costare molti soldi.
Sotto accusa, in un primo momento, sono finite le link-farm. Per promuovere artificiosamente un sito in classifica, i più disinibiti esperti SEO propongono l’acquisto di pacchetti di link testuali in siti con PageRank autorevole. Molti dei website penalizzati sembrerebbero aver fatto ricorso agli stessi canali per la compravendita dei cosiddetti textlink ads. Ma non si tratta di un aspetto che accomuna tutti.

Poi è stata la volta dei blog. A quanto si dice, l’abitudine dei loro proprietari di citarsi a vicenda, magari inserendo decine di siti di amici e conoscenti nel proprio elenco dei collegamenti consigliati (blogroll), costituirebbe un ostacolo alla corretta indicizzazione dei contenuti. Senza contare il rischio che una certa autoreferenzialità possa indebolire la qualità delle ricerche.

Gli esperti, comunque, invitano alla calma: perdere un po’ di PageRank non è poi la fine del mondo. Anzi, l’occasione potrebbe essere propizia per dare una scossa a tutti coloro i quali ritenevano i blog e, più in generale, il web 2.0 uno strumento per fare soldi facili in poco tempo. Bisogna diversificare il proprio business, senza affidarsi ciecamente alla blogosfera.

Senza contare che, secondo molti, usare il PageRank è il modo peggiore per stilare delle classifiche. Per il momento, comunque, la perdita di qualche punto di PR non pare abbia modificato il ranking dei siti declassati nei risultati di ricerca: ci vorrà del tempo per compiere valutazioni sull’impatto che queste modifiche avranno sul posizionamento tra i risultati e sul traffico.

La speranza di molti è che si smetta di stare dietro le classifiche e ci si ricominci a preoccupare dei contenuti.

I segnali che l’algoritmo di classificazione di Google stesse cambiando c’erano tutti, già da diverso tempo: la revisione del PageRank potrebbe essere il primo passo per ridefinire il criterio di ranking per la ricerca. A Mountain View, per il momento, bocche cucite.

Qualcuno, però, pensa già a come sopravvivere senza Google.

Il parere di un declassato

Punto Informatico ha sentito Robin Good, fondatore di Master New Media, che già da agosto aveva incontrato qualche difficoltà con il posizionamento sulle pagine di Google.

Punto Informatico: Ma dopo tutto quello che è successo, dove andrà a finire il Pagerank? Da domani avrà ancora senso utilizzarlo per indicare la rilevanza di un sito?
Robin Good: Pagerank non valeva niente prima e adesso è stato ufficializzato che non ha più nessun valore. Se c’era qualcuno che utilizzava PR ieri per stilare delle classifiche sicuramente distorceva la realtà di quello che poi mostrava a chi le leggeva.

PI: È la fine del marketing fatto col Pagerank e con le linkfarm?
RG: Mi piacerebbe pensare che sia esattamente così. Io sono il primo ad aver rinunciato ad una bella somma di denaro (attraverso i textlink ads, ndR), ma devo dire che io, già all’inizio, prima che scoppiassero tutte queste cose, mi ero posto il problema e l’avevo posto ai miei collaboratori: ma che senso ha prendere questi soldi da un sistema che, sì ci dà da vivere, ma che noi allo stesso tempo ci facciamo pagare per imbrogliare? A me non sembra molto corretto.
PI: Ma si può sopravvivere senza Google?
RG: Io credo sicuramente di sì. Credo che però si debba costruire strategicamente questo percorso, non è che ci puoi arrivare per caso. Ci puoi arrivare solo se semini in quella direzione: io ho seminato completamente nella direzione opposta, quindi sono molto legato a Google e ai suoi risultati. Per portarmi in una direzione diversa ci vuole del tempo.

PI: Questa ondata di declassamento è finita, o dovremo aspettarci altri aggiustamenti?
RG: Sono curioso di vedere quello che succede oggi (ieri, ndR), perché sul mio counter che ho messo sul sito vedo un Pagerank 6: ufficialmente ieri sono sceso a 4, e non so più dove guardare per capire quale sia il valore giusto. Mi piacerebbe pensare che la storia non sia finita, e vedere se ci sarà un altro round di declassamento che andrà ad abbracciare quei siti che sono a livello inferiore. Potrebbe esserci, sono curioso.

PI: Cosa dire a chi ha subito o subirà un declassamento, qual è la direzione da prendere da domani?
RG: Di smetterla di vivere in questo clima di paranoia da classifica, di buttar via questa molto italica preoccupazione di ottenere link in continuazione dagli amici, dai conoscenti, dai blogger, per potersi rendere più visibili.

PI: Ma non accade anche altrove?
RG: Certo, esiste anche oltreoceano, ma in Italia è particolarmente sentito. In maniera negativa secondo me, è una interpretazione molto provinciale dell’uso del link: invece di aiutarmi a scoprire nuove cose e approfondire certi argomenti, mi rimandi solo a “Paolo ha detto questo, Marco ha detto quell’altro” per cercare di tenere vivo il linking col tuo micronetwork. Credo sia un peccato.

PI: Dunque?
RG: Ognuno si dovrebbe interrogare, e magari essere un po’ meno superficiale. Non gridare “allarme allarme” perché ti hanno tolto una stellina dalla divisa: in fondo, se vuoi andare a combattere, il fucile ce l’hai ancora uguale a prima.

PI: Insomma, non c’è una classifica che piaccia a Robin Good?
RG: No, devo dire che le classifiche in generale mi stanno un po’ antipatiche.

a cura di Luca Annunziata

Istat: Internet e pc più diffusi al nord

Posted by admin on 18 Nov 2008 | Tagged as: comunicazione

L’Istat ha pubblicato l’Annuario 2008 che, da 130 anni, offre un ritratto sintetico e aggiornato del Paese.
Dalla ricerca, riferita al 2007, emerge che il 44,9 per cento della popolazione di 3 anni e oltre utilizza il personal computer e il 40,2 per cento si collega ad Internet.

L’uso del pc coinvolge soprattutto i giovani e tocca il livello massimo nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni (oltre l’80 per cento); con il crescere dell’età se ne riduce l’utilizzo e, nella fascia 65-74 anni, la percentuale scende al 9,1 per cento raggiungendo l’1,9 per la categoria “75 anni e oltre”.

Osservando i dati a livello territoriale, si può notare uno squilibrio nell’uso del computer (nord e centro raggiungono rispettivamente il 49,5 e il 46,9 per cento mentre il Sud si ferma al 37,7) e di Internet, con il nord e il centro rispettivamente al 45 e al 42,9 per cento di utilizzo e del sud  al 32,6.

Meno diffusa è l’abitudine alla lettura di giornali e libri: il 56,6 per cento delle persone con sei anni e più legge un quotidiano almeno una volta a settimana (l’anno precedente il valore era il 58,8 per cento) mentre il 44 per cento dedica parte del proprio tempo libero alla lettura di libri.

La morte dell’opinione pubblica. Quali conseguenze sulle relazioni pubbliche?

Posted by admin on 26 Ago 2008 | Tagged as: Opinioni, comunicazione

di Toni Muzi Falconi
Presidente della Federazione Relazioni Pubbliche Italiana

Mi aveva incuriosito, qualche giorno fa sui giornali, l’affermazione di Nanni Moretti lanciata dal Festival del cinema di Locarno sulla morte in Italia dell’opinione pubblica (“la cosa più grave è che manca, non esiste, una opinione pubblica”). Domenica 17 Agosto, il sermone laico di Eugenio Scalfari su Repubblica elabora sul tema.

Mi pare che la prospettiva di entrambi sia tutta nazionale, politica e attribuisce a Berlusconi la responsabilità primaria del fenomeno (la morte dell’opinione pubblica, appunto). Condivido in larga parte….

Ma da una prospettiva più ampia, mi pare che la sindrome antiberlusconiana di molti di noi (mi ci metto anch’io..) rischia di focalizzare l’attenzione soltanto sulle nostre specificità, mentre il tema della (possibile..) fine dell’opinione pubblica è una caratteristica emergente in quasi tutti i Paesi democratici dell’Occidente. Naturalmente, essendo la nostra professione (e naturalmente non è l’unica…) consustanziale al concetto di opinione pubblica, vale la pena ragionarci sopra e capirne, ove sia un argomento verosimile, le possibili conseguenze.

Sgombriamo subito il terreno dalle specificità italiane.

Sono d’accordo con Scalfari e anzi di più: come avevo scritto qualche mese fa in questo sito, ma il motore di ricerca è una delle poche cose che non funzionano bene e quindi non so linkarvelo, credo che l’Italia sia divenuto, oggi, il solo Paese della vecchia Europa dove si è prodotta una singolare integrazione al ribasso fra le opinioni dei pubblici e la sua classe dirigente.

Mi spiego: i Paesi democratici dell’occidente hanno sempre progredito (…quando e se hanno progredito..) grazie anche a classi dirigenti, sì! rappresentative dei cittadini, ma ben consapevoli della propria funzione di proporre valori, programmi, azioni, mete più avanzate rispetto al ‘sentire comune’. La legittimazione delle leadership e delle elites (non solo politiche, ma anche economiche, culturali, sociali) deriva, in larga parte, dalla loro capacità di guidare il cambiamento sociale, stando avanti un passo e non indietro.

Credo sia plausibile partire dal 1994 per tutte le ragioni che sappiamo: crollo della prima repubblica, mani pulite, movimento referendario, lega, trasformazione del pci in pds e annientamento del psi e della dc…., ma soprattutto l’ingresso dirompente, unico in Europa, di una personalità di successo economico come Berlusconi, con la sua singolare abilità nell’imporre l’agenda a tutti: sodali, avversari, critici, alleati e semplici osservatori. E questo, grazie ad un uso intelligente e pervasivo dei sondaggi per assicurare che le sue tematizzazioni, moltiplicate da una rete capillare di portavoce sparsi sul territorio di cui ci si dimentica troppo spesso nell’analisi, e ogni giorno sostenuti da una poderosa macchina massmediatica, si trasformassero in
sfera pubblica.

E’ successo che le opinioni della classe dirigente e quelle dei tanti pubblici si sono, come dire, integrate con la prima che si è adeguata alle seconde nei loro valori, programmi, azioni e mete.
In un certo senso, si è prodotto un percorso inverso a quello auspicato da sempre dai cantori del sistema democratico, con la classe dirigente che si adegua, rinunciando al ruolo di guida, per interpretare fedelmente e passivamente le aspirazioni sempre più frammentate e autoriferite dei tanti pubblici, in piena libertà dopo la caduta dei tradizionali aggregati.

Per dirla in termini più propri alla nostra professione: il modello della persuasione scientifica, teorizzato da Edward Bernays, efficacemente praticato dai relatori pubblici in Occidente e non solo per quasi tutto il ventesimo secolo, ha trovato la sua sublimazione nel nostro Paese, alla fine del primo decennio del nuovo secolo. Con, però, una piccola ma non secondaria differenza: Bernays descriveva l’ingegneria del consenso come processo che garantiva alle elite (sempre democratiche si intende, e -soprattutto se parliamo dell’Italia di oggi! – mobili e dinamiche) il governo delle masse tramite la soddisfazione dei desideri inconsci di queste ultime… Non a caso Bernays era nipote di Freud e suo primo traduttore in inglese; non a caso era interlocutore intellettuale privilegiato di quel Walter Lippmann che per primo concettualizzò l’opinione pubblica.

Questo consenso si poteva ottenere ascoltando preventivamente i pubblici per confezionare e diffondere messaggi graditi e persuasivi, orientati a stimolare idee, comportamenti e decisioni dei pubblici. E’ il marketing, bellezza! Da noi invece, a me pare di vedere che le elites (ripeto, non solo politiche, ma culturali, economiche e sociali) abbiano assunto, e non solo ascoltato, come propri i desideri inconsci delle masse….. e la loro indubbia legittimazione deriva da questa totale sovrapposizione. Il cittadino si riconosce nelle elite perché queste gli assomigliano in tutto e per tutto. Concentrato su sé stesso e sul proprio particolare, osserva i propri desideri trasformati in realtà e azioni dalle elites. Una volta questa dinamica poteva produrre indignazione, rigetto e domanda di cambiamento. Oggi non più: prevale una soddisfazione riflessa dai mass media con gli stessi nani e ballerini che si alternano dal piccolo schermo, al gossip e persino ai blog fra ruoli di spettacolo e di responsabilità economica, legislativa o sociale senza soluzioni né di identità né di continuità: l’identificazione è totale. E fin qui, lo specifico italiano.

Veniamo ora ad una questione più rilevante e sicuramente più interessante. Per Walter Lippmann, l’opinione pubblica è rappresentata dalle opinioni dei cittadini adulti; raccolte, comprese e interpretate dal giornalismo indipendente, che le inoltra verso le elites affinché ne tengano conto nella loro azione di guida della società; mentre la sua versione perversa si produce quando il ciclo si inverte: quando elite e giornalismo si integrano a livello politico e/o economico, per inoltrare l’agenda verso i cittadini. Comunque sia, il giornalismo svolge un ruolo fondamentale. E, con il giornalismo, nel bene e nel male, anche le relazioni pubbliche la cui funzione prevalente è ancora di elaborare, per conto di interessi espliciti (privati, pubblici, sociali), contenuti capaci di orientare il giornalismo verso temi e argomenti specifici a scapito di altri. Non mi dilungo… ma:- le conseguenze di questo dato;
- la crisi di credibilità generalizzata delle autorità (private, pubbliche, sociali);
- la crisi fra globalizzazione, esplosione delle diversità e tecnologie informatiche…
hanno prodotto una polverizzazione dei pubblici e delle loro opinioni. La conseguenza è che il giornalismo non rappresenta più l’opinione pubblica, ma soltanto quella che definiamo l’opinione pubblicata. Sempre molto rilevante, si intende, per noi; ma assai meno rilevante per capire cosa sia oggi, e se esista ancora, l’opinione pubblica.

Quindi, se la funzione dei relatori pubblici è quella di rappresentare le posizioni delle organizzazioni per cui lavoriamo presso chi produce l’opinione pubblicata (giornalisti), non è cambiato granché (almeno da questa specifica prospettiva).

Ma se la funzione dei relatori pubblici è anche quella di raccogliere, comprendere e interpretare per le coalizioni dominanti delle organizzazioni le opinioni dei pubblici polverizzati… allora è cambiato moltissimo, la nostra cassetta degli attrezzi è drammaticamente vuota.

Da riempire con urgenza, prima che il processo di disintermediazione che, non casualmente, ci investe – come indicava, riferendosi ovviamente ad altro, Francesco Alberoni nel 1977 in Istituzioni e Movimento – proprio nel momento di maggiore istituzionalizzazione delle funzione dei relatori pubblici nelle organizzazioni, ci travolga rendendoci sostanzialmente cristallizzati, sub servienti e, alla fine, inutili.

Il quotidiano ’The Indipendent’ prende di mira le ordinanze dei sindaci

Posted by admin on 17 Ago 2008 | Tagged as: Amministrazione, Opinioni

LONDRA

In Italia sono vietate tutte le cose divertenti. Il quotidiano britannico ’The Indipendent’ prende di mira le ordinanze dei sindaci e avverte i turisti stranieri: attenzione perchè rischiate di essere multati. A cominciare dalle spiagge, dove su tutto il territorio nazionale è vietato farsi fare un massaggio cinese, o comprare un pareo o un costume da un vu cumprà. Il titolo dell’articolo recita così: «Turisti attenti: se una cosa è divertente, l’Italia ha una legge che lo vieta».

In realtà l’articolo dell’Independent mette in guardia i turisti che, magari abituati a situazioni più permissive, vanno incontro a possibili sanzioni: «Gli stranieri inconsapevoli rischiano pesanti multe se fanno cose che sono perfettamente legali da qualsiasi altra parte del mondo, eccetto in quella città o paese dove si trovano -scrive il giornale- a Genova, per esempio, è ora illegale camminare per strada con una bottiglia di vino o una lattina di birra». «A Roma è okay, ma se ti sdrai sotto un pino o sui gradini di piazza di Spagna per berla, o solo per mangiare un sandwich, il tuo comportamento’indecoroso può essere penalizzato. Lo stesso se il tuo snack all’aria a aperta è seguito da un sonnellino», scrive il quotidiano britannico.

Il giornale elenca molte delle ordinanze di quest’estate, e ricorda: «Il governo di Silvio Berlusconi può essere stato il primo al mondo a introdurre il ministero della semplificazione (quello del leghista Roberto Calderoli, ndr) con il compito di identificare ed abolire leggi inutili, ma nell’interesse di una maggiore democrazia a livello locale e della sicurezza, il suo ministro dell’Interno Roberto Maroni ha consentito a migliaia di fiori legali di sbocciare. Molte di queste ordinanze non verranno probabilmente mai fatte rispettare, ma sarà una scarsa consolazione per colui che dava da mangiare ai piccioni, e che avrà una pesante multa tra i suoi souvenir delle vacanze». E gli esempi, potrebbero continuare.

A Forte dei Marmi non si può fare giardinaggio nel weekend, mentre a Novara, dopo le 11 di sera, è proibito stazionare nei parchi in più di due persone. A Capri e a Positano, è proibito portare gli zoccoli ai piedi. Il divieto di andare in giro a torso nudo se sei uomo, in bikini se sei donna arriva invece da Viareggio, dove è vietato anche appoggiare i piedi sulle panchine o andare in skateboard sulla passeggiata del lungomare. L’articolo dell’Independent arriva dopo quello del quotidiano svizzero ’Le Matin’, che ha titolato: «L’Italia ha perso la brocca!».«I comuni combattono il disordine -scrive il quotidiano svizzero- ma qualcuno ha paura del ritorno del fascismo».

Tremonti: il taglio delle tasse? Sarà il dividendo del federalismo

Posted by admin on 13 Lug 2008 | Tagged as: Opinioni

«Autunno caldo? Non ci sono soldi per nessuno, è scioperare contro la pioggia»

di MARIO SENSINI

Giulio Tremonti
Giulio Tremonti

ROMA - Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti
analizza la crisi in atto paragonandola con quella degli anni ‘70 e con
quella del ‘29. «Quella degli anni ‘70 è stata una crisi diversa. Le
ragioni di scambio sul petrolio si erano spostate con eguale violenza,
ma i governi potevano compensare con deficit pubblico. Ed è in specie
dai deficit degli anni ‘70 che ha origine la tragedia del debito
italiano. Adesso, anche per questo, la via del deficit è preclusa.
Un’altra crisi possibile è una crisi stile ‘29, originata in America e
da qui diffusa per contagio al resto del mondo». Tremonti ne aveva
parlato al «Corriere» nell’autunno del 2006. «In realtà la storia non
si ripete mai per identità perfette, e anche questa crisi – dice con
aria preoccupata — avrà la sua storia. La globalizzazione ci sta
presentando il suo conto, il conto del petrolio e dei prezzi: i due
canali dentro cui la ricchezza viene pompata da Occidente a Oriente o
altrove, tranne che in Africa, così erodendo le nostre “antiche” basi
di sviluppo industriale e di benessere sociale» aggiunge Tremonti,
senza alcun dubbio sulle responsabilità.
«Le scelte forti, le
scelte decisive, quelle ideologiche, economiche e politiche sono state
fatte nel “decennio fatale”, negli anni ‘90 quando il mondo è stato
occupato dal blocco globalista, mercatista, monetarista e mondialista.
Tutto il resto è venuto in automatico. Certamente il motore politico è
stato avviato negli Usa dai democratici clintoniani, diversissimi da
quel che è Barack Obama oggi. In Europa la destra, ma soprattutto la
sinistra, ha fatto la sua parte, nel silenzio assordante dei sindacati.
In Italia la partita è stata giocata integralmente dalla sinistra al
governo. Chi c’era a Marrakech nel ‘94, quando si lancia il WTO? Chi
c’era a Pechino nel 2001, a firmare e celebrare per l’Europa l’ingresso
trionfale dell’Asia nel commercio mondiale?»

La
classe politica di quegli anni si è trovata a gestire un processo quasi
ineluttabile, difficilissimo e probabilmente pericoloso da fermare.

«Tutto
poteva essere fatto, e nell’interesse di tutti, in un tempo più lungo.
Non dieci, ma venti o trent’anni avrebbero fatto la differenza tra
equilibrio e squilibrio, tra saggezza e follia. Non solo: nello stesso
tempo la politica è arretrata. Il G7 è diventato l’ombra del G7, e
l’Europa si è drammaticamente indebolita. Nel decennio fatale è stato
messo in pista un circo fatto da illuminati e direttori d’orchestra, da
politici idealisti o da superficiali senza ideali, da banchieri
centrali e d’affari. Chi ha inventato la globalizzazione è stata
l’élite dell’occidente, chi ne paga il conto oggi sono i più poveri, in
Occidente e non solo. Quello che va in scena ora è un circo degli
orrori a quattro piste: la crisi finanziaria, la crisi energetica, la
crisi alimentare, la tempesta perfetta che può essere portata da una
nuova guerra in Medio Oriente…».

Lei
attribuisce la responsabilità delle difficoltà attuali soprattutto ad
elementi esterni: la Cina, il petrolio, il Wto, l’Europa. Non c’è
proprio niente che il governo nazionale può fare?
«Basta
guardare i telegiornali per capire che quelli sono i fatti che stanno
cambiando il mondo, l’Europa, l’Italia. Secondo l’Eurobarometro il 64%
della popolazione europea ritiene che la globalizzazione, così com’è,
non va bene, il 68% teme la povertà. Le cause della crisi sono globali,
ma gli impatti sono locali. La soluzione deve essere globale e locale:
l’una senza l’altra è sbagliata. Sul fronte esterno il governo italiano
si sta impegnando nel G8 e in Europa per la presa di coscienza dei
fattori di crisi globale. Il 2009 sarà l’anno del G8 italiano e questa
potrà essere la base per lo sviluppo di un’iniziativa internazionale
mirata a rifare Bretton Woods».

In Italia avete appena varato una Finanziaria triennale anticipata. In sostanza la blindatura dei conti. E poi?
«L’Italia
va riformata e rilanciata. La riforma decisiva, ineludibile come dice
il presidente della Repubblica, si chiama federalismo fiscale, mentre
il rilancio può passare attraverso l’economia sociale di mercato. Sul
primo fronte siamo relativamente ottimisti. La sinistra potrà avere ed
avrà un ruolo istituzionale fondamentale nel disegno riformatore
costituzionale e, dentro questo, nel disegno del federalismo fiscale.
L’economia sociale di mercato sta nel nostro programma elettorale: è
una prospettiva che si apre. Sappiamo bene che è un esperimento tanto
necessario quanto complesso. In Europa i governi non “fanno”
l’economia, ma devono e possono fare la piattaforma su cui l’economia
si sviluppa. E’ per questo che la manovra è basta su due pilastri.
Quello del consolidamento triennale del bilancio pubblico e quello
dello sviluppo. Finora l’attenzione si è concentrata solo sul primo.
Ma, in realtà, c’è anche ed ugualmente importante il secondo. Dal
nucleare alle infrastrutture, all’uso attivo della Cassa Depositi, alla
riprogrammazione centralizzata dei fondi europei per il Sud, dal piano
casa ai nuovi strumenti di investimento nella ricerca, dalla riforma
del processo civile alla liberalizzazione dei servizi locali, fino alla
semplificazione legislativa e burocratica. In questi termini l’Italia
ha già iniziato a trasformare in legge la sua Agenda di Lisbona ».

Però, per far quadrare i conti, è stata tagliata anche la spesa per le infrastrutture.

«Non
è vero, e al Sud stanno per arrivare 100 miliardi di investimenti. Il
vero problema non è avere, ma usare i capitali. L’Autostrada del Sole,
la più grande opera moderna di unificazione del Paese, è stata
costruita senza una lira di fondi pubblici, ma con una fortissima regia
“pubblica”».

Invita tutti nella stanza dei bottoni?
«Questa
è una formula vecchia, ma efficace. Esperienze, tempi, metodi,
indirizzi e controlli possono essere messi in campo da forze esterne al
governo e alla politica, ma che pure sono parte essenziale del Paese:
parti sociali, sistema industriale, bancario, fondazioni, società
civile. In tempi straordinari è un dovere chiedere ed aspettarsi
l’impegno di tutti nell’interesse generale. A una realtà nuova si deve
rispondere con una formula nuova».

Perché le imprese e i sindacati, vista l’aria di crisi che tira, dovrebbero assumersi il peso delle scelte?
«Quello
che si chiede non è di condividere le responsabilità, che sono e
restano del governo, ma di esprimere e far valere in positivo le
proprie ragioni e le proprie esperienze».

Piuttosto, Veltroni minaccia manifestazioni autunnali.
«Piazza
per piazza è più bravo Di Pietro e lo si vede nei sondaggi. Fare uno
sciopero contro il petrolio e il carovita quando i soldi non ci sono
per nessuno è come scioperare contro la pioggia. In ogni caso è
grottesco che i sinistri artefici della globalizzazione mondialista
guidino le vittime contro le loro stesse colpe, convinti di fregare il
popolo, convinti che la verità non venga fuori e gli si ritorca
contro».

Pierluigi Bersani,
ministro ombra dell’Economia, sospetta che il deficit di quest’anno sia
sovrastimato. E non solo da sinistra il governo viene continuamente
riportato alla promessa elettorale di riduzione delle tasse…

«Con
la crescita che è andata verso lo zero e il deficit in salita, i soldi
non ci sono per nessuno, neanche per il governo. Io ho solo il dovere
di mettere in sicurezza il bene pubblico superiore che è il bilancio
dello Stato e, dentro questo, il risparmio delle famiglie. Quando va in
crisi il mercato l’ultima e superiore istanza è lo Stato. Non cederemo
agli illusionisti dei tesoretti — magari ci fossero — o ai cattivi
maestri del deficismo. L’impegno preso nel 2007 dalla Repubblica è
quello europeo e intendiamo rispettarlo».

E il taglio delle tasse a quando?
«In
sessanta giorni abbiamo detassato la casa e gli straordinari. La
riduzione delle tasse verrà come dividendo del federalismo fiscale —
meno spese e meno tasse - e con una crescita socialmente concertata. Da
qui potrà uscire nuova ricchezza che dovrà essere destinata alla
prioritaria riduzione del carico fiscale sul lavoro dipendente, le
pensioni e le famiglie. Non possiamo dividere una torta che non c’è, ma
sperare di creare tutti insieme un maggior prodotto e una maggior
giustizia. Sappiamo bene che nel paese c’è sofferenza, ma anche che
questa potrebbe crescere e non ridursi con una spesa pubblica non
coperta, che porterebbe al disastro i conti».

Ieri
anche il Portogallo ha adottato la sua Robin Hood Tax. Qui molti ne
contestano l’efficacia, giudicandola d’effetto, ma di poca sostanza.

«Si
dice che sia un’imposta inutile, perché tanto i petrolieri la
traslerebbero sui prezzi. In questi termini l’unica imposta giusta
sarebbe quella sugli operai, che non la possono traslare. Fa effetto
che l’anno scorso sia stato ritenuto giusto il raddoppio dell’Iva sul
riscaldamento per le famiglie, perché tanto non potevano traslare la
tassa, e invece ora si ritenga ingiusta l’imposizione sugli
extraprofitti dei petrolieri. Gli effetti sui prezzi saranno bloccati
dalle autorità di controllo. E comunque è meglio prendere quattro
miliardi lì che doverli tagliare alla spesa sociale e alla sanità».

Il radicamento territoriale

Posted by admin on 11 Lug 2008 | Tagged as: comunicazione

La chiave di interpretazione del risultato elettorale è il radicamento
territoriale: si vince se c’è. I tempi dei guru statunitensi esibiti
come portatori di approcci risolutivi basati sull’immagine del
candidato sembrano ormai lontani anni luce. Oggi le attenzioni si
concentrano sulla rete di vendita piuttosto che sul prodotto. Anzi, sul
rapporto di fiducia tra il venditore e il compratore piuttosto che
sulla pubblicità del prodotto o sulla sua utilità.

Verrebbe voglia di ribadire che proprio adesso potrebbe aiutare
un’equilibrata applicazione delle acquisizioni culturali avvenute nel
campo del marketing. Ma tant’è, parlare di marketing politico fa
scattare riflessi pavloviani verso la spettacolarizzazione fine a se
stessa, l’ossessione del fare notizia e delle frasi ad effetto dette in
tv. I paradigmi dominanti nelle culture politiche italiane nel campo
della comunicazione sono ancora del tutto inadeguati perché i leader,
soprattutto quelli che hanno vissuto esclusivamente di politica, non
hanno ancora compreso che i cambiamenti avvenuti nelle società
industriali mature tra gli anni 80 e 90, impongono di ridefinire
completamente significato e prassi dell’agire comunicativo.

Per evitare che il radicamento territoriale diventi il nuovo mantra
per giustificare qualsiasi cosa, bisogna capire attraverso quali
processi sociali complessi si sviluppa, come si presenta nel nostro
tempo mediatizzato. E poi, se si tratta di una teoria, deve valere per
tutti i partiti, possibilmente in tutto il paese, altrimenti è solo un
escamotage ad hoc!

In primo luogo, è importante riconoscere che il radicamento del 2008
ha sostanziali differenze da quello dei partiti di massa della prima
fase della repubblica.

La Lega va avanti in luoghi dove non esiste un radicamento
paragonabile a quello del PCI o della DC, dove non ha nemmeno un eletto
in consiglio comunale o una presenza territoriale, dove non svolge
nessuna di quelle attività che guardando indietro potremmo catalogare
come tipiche del cosiddetto radicamento politico.

Il radicamento nel nostro tempo mediatizzato passa quindi più
attraverso una capacità di rappresentazione simbolica e rituale che
attraverso una mediazione tipica delle agenzie di socializzazione quali
furono i partiti di massa.

Il radicamento nell’epoca dei media visuali può non implicare alcuno
sviluppo di esperienze di socializzazione. Ci si radica se si appare
vicini, se si è capaci di interpretare, di riconoscere, di condividere
un’opinione. Più un problema di rappresentanza che di capacità di
proporre soluzioni. Il radicamento del nostro tempo attiene quindi più
ai linguaggi, alla prossimità valoriale, che non alla capacità di
risolvere problemi con cause sempre più lontane e difficili da
comprendere. Più al rappresentare che al fare. E viene anche il dubbio
che il termine stesso radicamento sia impreciso e che meglio sarebbe
parlare di riconoscimento, di identificazione, di rappresentanza.

Impianti: quale comunicazione?

Posted by admin on 11 Lug 2008 | Tagged as: comunicazione

La nuova legislatura si apre all’insegna della centralità,
nell’agenda politica e amministrativa del paese, delle localizzazioni e
realizzazioni impiantistiche.

Un capitolo che, nella vulgata giornalistica, trova due primi attori
in campo: le logiche localistiche NIMBY (Not In My Back Yard) a cui si
contrappone un decisionismo per “spazzare via il vento delle
contestazioni particolaristiche”. Esiste forse uno spazio per le
attività di comunicazione tra queste due semplicistiche chiavi di
lettura della questione?

Il riferimento è alla comunicazione intorno a scelte che nel breve
periodo significano discariche, inceneritori, rigassificatori e che nel
medio e lungo periodo si declinano nella riapertura del capitolo Ponte
sullo stretto e nell’annuncio del ritorno al nucleare.

Al di là delle valutazioni politiche, economiche, tecnologiche e di
ordine pubblico esiste infatti il delicato versante delle relazioni con
le comunità locali e i territori che dovranno ospitare questi nuovi
impianti. Un ambito nel quale le attività di comunicazione potrebbero
giocare un ruolo importante.

Next »