«Autunno caldo? Non ci sono soldi per nessuno, è scioperare contro la pioggia»
di MARIO SENSINI
| Giulio Tremonti |
ROMA - Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti
analizza la crisi in atto paragonandola con quella degli anni ‘70 e con
quella del ‘29. «Quella degli anni ‘70 è stata una crisi diversa. Le
ragioni di scambio sul petrolio si erano spostate con eguale violenza,
ma i governi potevano compensare con deficit pubblico. Ed è in specie
dai deficit degli anni ‘70 che ha origine la tragedia del debito
italiano. Adesso, anche per questo, la via del deficit è preclusa.
Un’altra crisi possibile è una crisi stile ‘29, originata in America e
da qui diffusa per contagio al resto del mondo». Tremonti ne aveva
parlato al «Corriere» nell’autunno del 2006. «In realtà la storia non
si ripete mai per identità perfette, e anche questa crisi – dice con
aria preoccupata — avrà la sua storia. La globalizzazione ci sta
presentando il suo conto, il conto del petrolio e dei prezzi: i due
canali dentro cui la ricchezza viene pompata da Occidente a Oriente o
altrove, tranne che in Africa, così erodendo le nostre “antiche” basi
di sviluppo industriale e di benessere sociale» aggiunge Tremonti,
senza alcun dubbio sulle responsabilità.
«Le scelte forti, le
scelte decisive, quelle ideologiche, economiche e politiche sono state
fatte nel “decennio fatale”, negli anni ‘90 quando il mondo è stato
occupato dal blocco globalista, mercatista, monetarista e mondialista.
Tutto il resto è venuto in automatico. Certamente il motore politico è
stato avviato negli Usa dai democratici clintoniani, diversissimi da
quel che è Barack Obama oggi. In Europa la destra, ma soprattutto la
sinistra, ha fatto la sua parte, nel silenzio assordante dei sindacati.
In Italia la partita è stata giocata integralmente dalla sinistra al
governo. Chi c’era a Marrakech nel ‘94, quando si lancia il WTO? Chi
c’era a Pechino nel 2001, a firmare e celebrare per l’Europa l’ingresso
trionfale dell’Asia nel commercio mondiale?»
La
classe politica di quegli anni si è trovata a gestire un processo quasi
ineluttabile, difficilissimo e probabilmente pericoloso da fermare.
«Tutto
poteva essere fatto, e nell’interesse di tutti, in un tempo più lungo.
Non dieci, ma venti o trent’anni avrebbero fatto la differenza tra
equilibrio e squilibrio, tra saggezza e follia. Non solo: nello stesso
tempo la politica è arretrata. Il G7 è diventato l’ombra del G7, e
l’Europa si è drammaticamente indebolita. Nel decennio fatale è stato
messo in pista un circo fatto da illuminati e direttori d’orchestra, da
politici idealisti o da superficiali senza ideali, da banchieri
centrali e d’affari. Chi ha inventato la globalizzazione è stata
l’élite dell’occidente, chi ne paga il conto oggi sono i più poveri, in
Occidente e non solo. Quello che va in scena ora è un circo degli
orrori a quattro piste: la crisi finanziaria, la crisi energetica, la
crisi alimentare, la tempesta perfetta che può essere portata da una
nuova guerra in Medio Oriente…».
Lei
attribuisce la responsabilità delle difficoltà attuali soprattutto ad
elementi esterni: la Cina, il petrolio, il Wto, l’Europa. Non c’è
proprio niente che il governo nazionale può fare?
«Basta
guardare i telegiornali per capire che quelli sono i fatti che stanno
cambiando il mondo, l’Europa, l’Italia. Secondo l’Eurobarometro il 64%
della popolazione europea ritiene che la globalizzazione, così com’è,
non va bene, il 68% teme la povertà. Le cause della crisi sono globali,
ma gli impatti sono locali. La soluzione deve essere globale e locale:
l’una senza l’altra è sbagliata. Sul fronte esterno il governo italiano
si sta impegnando nel G8 e in Europa per la presa di coscienza dei
fattori di crisi globale. Il 2009 sarà l’anno del G8 italiano e questa
potrà essere la base per lo sviluppo di un’iniziativa internazionale
mirata a rifare Bretton Woods».
In Italia avete appena varato una Finanziaria triennale anticipata. In sostanza la blindatura dei conti. E poi?
«L’Italia
va riformata e rilanciata. La riforma decisiva, ineludibile come dice
il presidente della Repubblica, si chiama federalismo fiscale, mentre
il rilancio può passare attraverso l’economia sociale di mercato. Sul
primo fronte siamo relativamente ottimisti. La sinistra potrà avere ed
avrà un ruolo istituzionale fondamentale nel disegno riformatore
costituzionale e, dentro questo, nel disegno del federalismo fiscale.
L’economia sociale di mercato sta nel nostro programma elettorale: è
una prospettiva che si apre. Sappiamo bene che è un esperimento tanto
necessario quanto complesso. In Europa i governi non “fanno”
l’economia, ma devono e possono fare la piattaforma su cui l’economia
si sviluppa. E’ per questo che la manovra è basta su due pilastri.
Quello del consolidamento triennale del bilancio pubblico e quello
dello sviluppo. Finora l’attenzione si è concentrata solo sul primo.
Ma, in realtà, c’è anche ed ugualmente importante il secondo. Dal
nucleare alle infrastrutture, all’uso attivo della Cassa Depositi, alla
riprogrammazione centralizzata dei fondi europei per il Sud, dal piano
casa ai nuovi strumenti di investimento nella ricerca, dalla riforma
del processo civile alla liberalizzazione dei servizi locali, fino alla
semplificazione legislativa e burocratica. In questi termini l’Italia
ha già iniziato a trasformare in legge la sua Agenda di Lisbona ».
«Non
è vero, e al Sud stanno per arrivare 100 miliardi di investimenti. Il
vero problema non è avere, ma usare i capitali. L’Autostrada del Sole,
la più grande opera moderna di unificazione del Paese, è stata
costruita senza una lira di fondi pubblici, ma con una fortissima regia
“pubblica”».
Invita tutti nella stanza dei bottoni?
«Questa
è una formula vecchia, ma efficace. Esperienze, tempi, metodi,
indirizzi e controlli possono essere messi in campo da forze esterne al
governo e alla politica, ma che pure sono parte essenziale del Paese:
parti sociali, sistema industriale, bancario, fondazioni, società
civile. In tempi straordinari è un dovere chiedere ed aspettarsi
l’impegno di tutti nell’interesse generale. A una realtà nuova si deve
rispondere con una formula nuova».
Perché le imprese e i sindacati, vista l’aria di crisi che tira, dovrebbero assumersi il peso delle scelte?
«Quello
che si chiede non è di condividere le responsabilità, che sono e
restano del governo, ma di esprimere e far valere in positivo le
proprie ragioni e le proprie esperienze».
Piuttosto, Veltroni minaccia manifestazioni autunnali.
«Piazza
per piazza è più bravo Di Pietro e lo si vede nei sondaggi. Fare uno
sciopero contro il petrolio e il carovita quando i soldi non ci sono
per nessuno è come scioperare contro la pioggia. In ogni caso è
grottesco che i sinistri artefici della globalizzazione mondialista
guidino le vittime contro le loro stesse colpe, convinti di fregare il
popolo, convinti che la verità non venga fuori e gli si ritorca
contro».
Pierluigi Bersani,
ministro ombra dell’Economia, sospetta che il deficit di quest’anno sia
sovrastimato. E non solo da sinistra il governo viene continuamente
riportato alla promessa elettorale di riduzione delle tasse…
«Con
la crescita che è andata verso lo zero e il deficit in salita, i soldi
non ci sono per nessuno, neanche per il governo. Io ho solo il dovere
di mettere in sicurezza il bene pubblico superiore che è il bilancio
dello Stato e, dentro questo, il risparmio delle famiglie. Quando va in
crisi il mercato l’ultima e superiore istanza è lo Stato. Non cederemo
agli illusionisti dei tesoretti — magari ci fossero — o ai cattivi
maestri del deficismo. L’impegno preso nel 2007 dalla Repubblica è
quello europeo e intendiamo rispettarlo».
E il taglio delle tasse a quando?
«In
sessanta giorni abbiamo detassato la casa e gli straordinari. La
riduzione delle tasse verrà come dividendo del federalismo fiscale —
meno spese e meno tasse - e con una crescita socialmente concertata. Da
qui potrà uscire nuova ricchezza che dovrà essere destinata alla
prioritaria riduzione del carico fiscale sul lavoro dipendente, le
pensioni e le famiglie. Non possiamo dividere una torta che non c’è, ma
sperare di creare tutti insieme un maggior prodotto e una maggior
giustizia. Sappiamo bene che nel paese c’è sofferenza, ma anche che
questa potrebbe crescere e non ridursi con una spesa pubblica non
coperta, che porterebbe al disastro i conti».
Ieri
anche il Portogallo ha adottato la sua Robin Hood Tax. Qui molti ne
contestano l’efficacia, giudicandola d’effetto, ma di poca sostanza.
«Si
dice che sia un’imposta inutile, perché tanto i petrolieri la
traslerebbero sui prezzi. In questi termini l’unica imposta giusta
sarebbe quella sugli operai, che non la possono traslare. Fa effetto
che l’anno scorso sia stato ritenuto giusto il raddoppio dell’Iva sul
riscaldamento per le famiglie, perché tanto non potevano traslare la
tassa, e invece ora si ritenga ingiusta l’imposizione sugli
extraprofitti dei petrolieri. Gli effetti sui prezzi saranno bloccati
dalle autorità di controllo. E comunque è meglio prendere quattro
miliardi lì che doverli tagliare alla spesa sociale e alla sanità».
