Il risultato delle regionali francesi, soprattutto per l’aumento delle astensioni, ha dato forza a un ragionamento che sta influenzando la comunicazione politica italiana da una quindicina d’anni. Secondo questa visione, sostenuta anche da molti nostri sondaggisti, non ci sarebbe più flusso significativo tra centrodestra e centrosinistra ma soltanto tra voto e non voto. Insomma un elettore di centrodestra o di centrosinistra può avere qualche possibilità di muoversi all’interno dello schieramento ma non tra uno schieramento e l’altro. L’alternativa vera sarebbe tra decidere di votare lo schieramento nel quale ci si è sempre identificati o decidere di non andare a votare.
L’assunzione di questo punto di vista ha avuto, e continua ad avere, conseguenze importanti nell’impostazione dei messaggi politici, nella scelta di come proporsi e di cosa dire agli elettori. Sparita l’attenzione verso l’elettore marginale e mobile, la competizione non avviene più per la conquista di chi ha votato in modo diverso. Tutta l’attenzione si concentra su come tenersi i propri, come sollecitare le appartenenze. Delle tre fasi della campagna elettorale (ovvero attivare la militanza, neutralizzare gli ostili e convincere gli indecisi) vince la prima. L’identità diviene nostalgia del passato (capacità di trattenere) e non affermazione di nuovi tratti distintivi (capacità di attrarre). Dalla costruzione di una relazione attraverso il viaggio, si passa alla dimostrazione di forza attraverso la mobilitazione di piazza. Si mostrano i muscoli. Non ci si interroga più sul perché gli altri la pensino in modo diverso o su quale possa essere il modo migliore per rappresentargli la realtà in un modo condivisibile. Ai costruttori di ponti d’oro per permettere onorevoli fughe si preferiscono gli aratri che tracciano solchi o l’edificazione di alte e inespugnabili mura.
In questo contesto si trovano a proprio agio soprattutto le proposte politiche orientate a dividere e affermare elementi di distinzione netta, non di inclusione o accoglienza. Il grido “al lupo al lupo” di Berlusconi nei confronti dei “comunisti”, speculare al berlusconismo come fine della democrazia, diventano la cifra dominante. Ma, oltre alla constatazione che questa è la condizione preferibile per la destra berlusconiana, ve ne sono almeno altre due non secondarie.
La prima è che la terapia accentua la malattia e non la contrasta: aver accolto l’ipotesi che non ci sia più spazio per competere al centro ma solo tra voto e astensioni non contrasta il fenomeno, ma, anzi, contribuisce a diffonderlo perché dà alla comunicazione politica un’ulteriore autoreferenzialità. E il fenomeno dell’astensionismo racconterà una ben più profonda crisi della politica se venissero confermati i dati relativi alle classi di età interessate al fenomeno. Pensando di mantenere i propri si allontanano tutti coloro che non si riconoscono in quella parte. La spirale accentua la sua inclinazione: perché un giovane che non ha “vissuto” un’esperienza del passato si dovrebbe sentire parte della riproposizione nostalgica di quella esperienza? Che sia l’anticomunismo o l’antifascismo poco importa, ormai. Gli si parla di ieri e nessuno si sta proponendo di fargli vivere esperienze nuove, eventi che gli permettano di cambiare i suoi pregiudizi nei confronti della autoreferenzialità della politica. Anzi quello che vede è la riproposizione delle stesse vecchie facce accompagnate da una generalizzata assenza di fair play sociale e professionale.
Secondariamente, come insegnano le elezioni francesi, un’alta astensione può anche favorire la sinistra, le astensioni sembrano colpire maggiormente lo schieramento con una minore coesione interna, anche in Italia le astensioni sono state maggiori nelle regioni dove le maggioranze erano più consolidate e non c’era competizione, ma questo porta al paradosso che stiamo vivendo. Sempre più ci sarebbe bisogno di una politica capace di parlare della gente alla gente, cioè a tutti, e sempre di più si adottano, invece, comportamenti comunicativi iniziatici pensati per la propria cerchia ristretta. Quindi le astensioni che tutti sembrano temere come sintomo di indebolimento della democrazia non danneggiano tutti allo stesso modo. Qualche partito può anche rafforzarsi.
Ma, soprattutto, a cambiare si rischia. È vero che a cambiare atteggiamento in questo contesto si rischia moltissimo, ma qualcuno che voglia provare ad affermarsi come leader dovrà trovare il coraggio di interrompere il movimento della trottola che si avviluppa su se stessa.
